L'antico gioco del pallone toscano,
detto anche "del bracciale"
Un posto di particolare rilievo nella
tradizione ludica fiorentina spetta al gioco del pallone toscano,
che incontrò nell'800 e anche dopo il favore di numerosi e
appassionati praticanti e di un vastissimo pubblico di spettatori.
Storicamente si registra la presenza di questo gioco fin dai tempi
della Repubblica fiorentina.
Giocato dapprima dai giovani delle famiglie nobili del medio ceto,
che lo praticavano nelle strade meno frequentate o lungo le mura,
si diffuse in seguito anche fra le altre classi sociali.
Infatti, in tempi più recenti, lo si giocava dappertutto,
in tutte le strade di Firenze e, spesso, come rilevano gli storici,
con grande molestia dei cittadini.
La storia di questo gioco è tratteggiata magistralmente da
Giuseppe Conti in "Firenze vecchia", edito a Firenze da
Vallecchi nel 1928.
"[...] Per il giuoco del pallone furono appassionatissimi
anche i principi di Casa Medici, i quali si davano premura di far
venire a Firenze i più famosi giuocatori che venivano da loro
spesati di tutto punto, pagati lautamente e mandati poi via con dei
regali di molto valore. Avviene spesso di trovare notato in qualche
diario, o cronaca del tempo mediceo, talune di queste compagnie di
giucatori celebri. Generalmente si giuocava dal canto del palazzo
Strozzi, fino alla colonna di Santa Trinita.
Nel 1618 il Granduca Cosimo II fece venire a Firenze i giucatori
più rinomati d'Italia, e furon da lui spesati in diverse
case con magnifiche tinellate. Questi giuocatori furono: un certo
Francesco Armentini d'Ancona, un tale de' Benedetti di Venezia,
ed altri di Osimo, di Faenza, di Bagnacavallo e della Lombardia. "E
prchè detti forestieri si lamentavano del lastricato, al
quale non erano usi, S.A. fece accomodare la strada nel luogo della
battuta con mattoni cotti, in coltello; e vi furono molti che battevano
fino a ottanta passi, dal palazzo degli Strozzi fino al Canto de'
Minerbetti".
Quelli venuti di fuori giocavano anche con più giuocatori
di Firenze, tra cui quattro furono i più famosi, cioè il "Bicchieraio" detto
per soprannome il Barba; Anton Maria, cuoco del cardinal de' Medici,
detto il Pallaio; un tale de' Ceccherelli cittadino e setaiolo;
ed un fratello del "Bicchieraio" soprannominato Napoli,
il quale aveva un braccio storpiato e rattratto; e quando giocava
lui, il Granduca andava sempre a vederlo, nel Borgo di Santa Trinita.
Il Granduca vi assisteva in carrozza chiusa fra via Porta Rossa
e Parione; ed i lanzi facevano il servizio perchè nessuno
occupasse quel tratto di via Tornabuoni dove si giuocava, che rimaneva
affatto libera. Dalle finestre - con le impannate alzate a guisa
delle gelosie delle delle persiane - dei palazzi e delle case,
una folla di dame e di gentiluomini godeva quello spettacolo di
cui ognuno andava matto.
I giuocatori - come si rileva da una tempera esistente in un palazzo
di proprietà Giuntini - erano otto, quattro per parte e
vestiti di bianco, con un costume perfettamente uguale a quello
ancora in uso.
Alla fine d'ottobre del 1628 'non essendo più la stagione
propizia per giuocare al pallone, i giiuocatori di fuori se ne
tornarono alle loro patrie'. Ma prima che partissero, il Granduca
fece loro il regalo di una collana d'oro, a chi di scudi dugento
a chi di centocinquanta. 'Sicché - dice il cronista che
fa gli occhioni - poteron molto contenti, tornare alle loro case'.
Nel 5 ottobre del 1693 si trova notata una grande partita di sfida
fatta dei giuocatori fiorentini, col consenso del gran principe
Ferdinando, primogenito del granduca Cosimo III, fanatico di questo
giuoco.
Il Principe fece mettere il giuoco del pallone appiè del
Ponte Santa Trinita fino al Canto di Parione; ed egli con la principessa
Violante e con tutta la Corte, vi assistédal Casino de'
Nobili, all'angolo del Lungarno.
Le finestre delle case - dice il cronista inorridito - furon pagate
perfino due zecchini l'una. Undici lire e venti centesimi di moneta
nostra! I giuocatori venuti per questa sfida furono nientemeno
che il dottore Sansoni di Bologna, 'con altri due suoi paesani,
ed un veneziano'. I fiorentini erano Antonio Cocchini, detto il
Bacchettone, un tale Francesco staffiere di Corte detto Pericolo;
un altro staffiere detto Bobi ed un cacciatore del Granduca detto
Momo. Vinsero i bolognesi, ed il Gran Principe regalò ad
essi cento doppie per uno: ma al dottore Sansoni, che era stato
il battitore, oltre le cento doppie, gli regalò anche un
anello di brillanti di passa mille scudi di valore. I giuocatori
fiorentini che furono i perditori, ebbero ciascuno cinquanta doppie
di regalo. Tanto fu il fanatismo destato da questa sfida, che 'il
divertimento fu replicato per tre giorni consecutivi'. E il dottor
Sansoni che tastava meglio il polso a' palloni che a' malati, fece
sempre da battitore e i bolognesi rimasero vincitori".
Un'altra testimonianza sulla grande popolarità di questo gioco
ci viene da Enrico Pesci, che nel suo libro Firenze capitale scrive:
"[...] In quegli anni [dal 1865 al 1870] i fiorentini, per
dirne una, durante i mesi d'estate, parteggiavano come tanti guelfi
e ghibellini per questo o quel giocatore di pallone e la città si
divideva in due fazioni".
L'interesse per detto gioco, in cui si ritrovano già alcuni
aspetti dello sport moderno, era tanto e tale che le due fazioni
si unirono nella richiesta di costruire un nuovo 'sferisterio' in
luogo di quello già esistente, chiamato delle 'ghiacciaie
di Porta Pinti'. Si costituì allora una società d'azionisti
che edificò in breve tempo uno splendido sferisterio fuori
di Porta S. Gallo, alla Barriera delle Cure.
Il gioco del pallone rimase alle Cure fino al 1893, quandi il marchese
Tolomei-Biffi fece costruire un altro e più grande sferisterio
all'inizio delle Cascine "che venne chiamato 'La
Scala' per
l'ampiezza, l'eleganza degli spettatori e la classe dei giocatori
in costume bianco con la fusciacca di seta a frange dorate'.
A conferma di ciò, si ricorda che nell'aprile del 1898 allo
sferisterio delle Cascine fu giocata una partita di calcio in livrea
alla presenza di Umberto I e della Regina Margherita.
Il gioco del pallone, persa gran parte della sua popolarità,
fu praticato fin dopo la II guerra mondiale per gruppi sempre più sparuti
di spettatori. Questi affluivano allo sferisterio delle Cascine,
più che per passione sportiva, per scommettere al totalizzatore
e mangiare il tradizionale piatto di pastasciutta. Qui infatti sembra
aver avuto origine la caratteristica locuzione fiorentina: "Bucaioli,
le paste!".
![]() |
![]() |
FACEBOOK

